La Classe non è acqua

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La Classe non è acqua

 

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Nella vita è meglio non avere troppe certezze, perché in agguato c’è sempre il rischio di rimanere amaramente delusi. Ci sono però delle “istituzioni” sulle quali non si può non contare, dei punti fermi nella vita di ognuno dai quali, anche volendo, è difficile derogare senza venir presi dal panico, assaliti dal più totale relativismo che farebbe cadere a pezzi qualsiasi nostra convinzione.

Nella mente dei figli dei gloriosi anni ottanta (ma anche di quelli degli anni settanta in verità) in ambito automobilistico c’è sempre stato un “mito” che non si può non prendere in considerazione per dare una corretta chiave di lettura al mondo dell’automobile secondo queste generazioni.

Parlo di Mercedes Benz e, più nello specifico, della sua più diffusa rappresentante: la Classe E.

A dire il vero negli anni ’70 e ’80 la Classe E non esisteva nemmeno in quanto la denominazione della “Mercedes di classe media” (aggettivo che attualmente ci si guarderebbe bene ad utilizzare, oggi son berline premium, le medie son quelle che un tempo erano le hatchback per i nostri avi) era semplicemente un numero a tre cifre che indicava la cilindrata del motore (senza l’unità) e con una letterina che individuava la carrozzeria in cui era declinata (Coupè, Station, Limousine). Uniche deroghe a questa norma, nella W123 degli anni ’70, era la lettera “E” che non voleva in alcun modo indicare ciò che oggi identifica, ma svelava che sotto al cofano si nascondeva un moderno propulsore ad iniezione, e non uno a carburatore, e la “D” che indicava l’alimentazione a gasolio.

Nomenclatura a parte, dagli anni ’70 la Mercedes fa di quella che oggi conosciamo come “Classe E” la regina indiscussa delle vendite, e la principale protagonista del successo globale della Stella a Tre Punte. La serie W123 dell’epoca dei pantaloni “a zampa” in stile Starsky & Hutch vendette più di 2.700.000 esemplari in tutto il mondo (per l’epoca erano moltissimi), quota che superò anche l’avveniristica W124 del decennio successivo. Ed è proprio con quest’ultima che il nome Classe E inizia ad essere utilizzato nel 1993, in occasione del suo più profondo restyling.

Da allora altre 3 generazioni di “Classi E”, tutte con l’inusuale stilema a 4 fari anteriori, hanno trasportato comodamente milioni di soddisfatti viaggiatori, e tutte quante hanno sempre rappresentato un concetto molto rassicurante, tradizionalista, familiare dell’automobile (se non prendiamo in considerazione i mostri sacri firmati AMG). Questo lo han fatto distinguendosi, per quanto concerne il design, dal resto della gamma proprio perché la Classe E doveva rappresentare “l’istituzione” per Mercedes-Benz, il punto fermo di cui sopra; un po’ come la “condotta del buon padre di famiglia” per il nostro Codice Civile (che mi son sempre chiesto com’è che qualche ministro delle pari opportunità non si sia ancora adoperato a farlo cancellare in questa sua formula così machista).

Ma questo accadeva ieri, quando il mondo era quello che conoscevamo, l’industria correva ma a velocità umana, la tecnologia viaggiava già a velocità supersonica ma riuscivamo a starle alle calcagna, e la comunicazione ed il marketing erano quelle che avevamo sempre conosciute.

Oggi però il modo è social, le persone son diventate multitasking (a parte il sottoscritto), tutto avviene in tempo reale, ed inevitabilmente le aziende come Mercedes-Benz, al fine di soddisfare tutte le richieste derivanti da una committenza assai più eterogenea di un tempo oltreché mettere in atto il principio della così detta mass customization (personalizzazione di massa), offrono un numero di modelli (incluse varianti) vicino alla trentina. Tanto per fare un paragone basti pensare che negli anni ’80 erano solamente una decina e si conclude facilmente, quindi, che la varietà è sostanzialmente triplicata.

E allora la domanda che sorge spontanea è la seguente: tra tutto questo “ben di Dio”, c’è ancora posto per una Classe E che rappresenti un’istituzione, un simbolo? Oppure il ruolo della grande berlina tedesca viene in qualche modo affievolito dall’enorme quantità offerta di modelli e declinazioni atte a soddisfare ogni gusto ed esigenza?

Questa è una risposta difficile da dare, ma Mercedes-Benz ha fornito uno splendido mezzo per provare ad elaborarne una, e si chiama Classe E Serie W213.

Splendido sì, perché iniziando a valutarla dal design questa è una vera opera d’arte. Sono stato molto critico in passato per alcune scelte stilistiche compiute dalla casa di Stoccarda nell’era “post Bruno Sacco” ed anche per la “E” che la W213 va a sostituire non mi sono risparmiato quanto a commenti poco lusinghieri, ma la linea di questa nuova berlina ha un qualcosa di eterno.

Tanto per far comprendere la misura in cui adoro questo design è sufficiente dire che l’auto in prova è bianca, colore che non apprezzo particolarmente, ma la pulizia e la semplicità dei tratti, le proporzioni dei volumi aiutati anche dagli splendidi cerchi in lega AMG da 19 pollici a cinque doppie razze e la globale compostezza che nonostante la connotazione sportiva della versione AMG Line riusciva a mantenere la vettura, hanno reso desiderabile ai miei occhi, per la prima volta, un’auto dalla veste eburnea.

Proprio questo sorprendente design, però, ha una caratteristica che mai nelle precedenti “E” era stata espressa; vale a dire l’esplicito richiamo alle linee della sorella maggiore, la Classe S, e di quella minore, la Classe C, che solitamente avevano un linguaggio stilistico simile tra loro, ma che era sempre ben differenziato da quello della “E”, proprio in virtù del “ruolo” che questa aveva per la casa della Stella.

Sia chiaro, esser belli non è certo un difetto, ma il concetto del family feeling qui è stato abbondantemente superato, andando a richiamare apertamente il design delle altre due “classiche” Mercedes, e così facendo è venuta meno l’originalità del design della “E”; fatto che, probabilmente, ha un po’ diluito quel suo ruolo da “prima donna” di cui aveva sempre goduto.

Lasciando ad ognuno la libertà di valutare influente questo aspetto finalmente è arrivato per me il momento di avvicinarmi e toccare con mano le caratteristiche di un’auto che viene definita come la più “intelligente” tra le berline business.

Bellissima e intelligente quindi… fosse una donna sarebbe da sposare.

Oltre alla linea valutata nel complesso anche osservando i singoli elementi stilistici si nota quanto ognuno di essi sia ben proporzionato e piacevole come oggetto di design, a partire dai proiettori anteriori con due “lacrime” a led ed a quelli posteriori che, come in tutte le ultime berline Mercedes, hanno una configurazione verticale molto gradevole. Il padiglione posteriore chiude in modo dolce e sinuoso ma nonostante questo riesce a mantenere definito il terzo volume, senza eccedere nell’inclinazione del lunotto che farebbe diminuire le dimensioni del varco per il vano bagagli. Un’altra peculiarità degna di nota per questo modello è che la calandra, indipendentemente che sia quella classica a listelli con la stella “posata” sul cofano o la versione AMG con lo stemma Mercedes di grandi dimensioni al centro della mascherina, è ben integrata alla linea, non dando mai la spiacevole sensazione che qualche vecchia Mercedes dava, quella cioè di avere il “naso rifatto” dal chirurgo plastico.

Internamente la caratteristica che salta di più agli occhi è che la plancia, dal design pulito ed elegante, non si protende verso il guidatore ma resta sotto il parabrezza “rubando” pochissimi centimetri in senso longitudinale. Questa caratteristica, della quale non ci si rende conto visionando le fotografie in bidimensionale, è particolarmente apprezzabile in quanto dona realmente la sensazione di apertura e di ariosità che solo le auto di qualche decennio fa riuscivano a dare, quando cioè la poca tecnologia che era presente a bordo permetteva di contenere i volumi della plancia.

Questo aspetto, assolutamente sottovalutato il più delle volte, ritengo derivi dalla miniaturizzazione delle componenti tecnologiche e da un riuscito studio di ergonomia che ha saputo far tornare un alla ribalta un concetto che spesso, nelle auto moderne, viene sacrificato: l’abitabilità. Da molti anni infatti i design degli interni dei veicoli sono molto più focalizzati sul comfort e “sull’abbraccio” che l’ambiente riesce a dare al passeggero dimenticandosi che, per alcuni, anche la sensazione di godere di ampi spazi innanzi a sé è essenziale per sentirsi a proprio agio. Questo concetto poi, a ben pensare, può esser visto in ottica futura con l’avvento della guida autonoma, grazie alla quale le vetture cambieranno radicalmente layout, andando a riscoprire ed a valorizzare enormemente la caratteristica dell’abitabilità rispetto ad altre che sino ad oggi sono state considerate prioritarie.

Oltre a questo è impossibile non apprezzare il design e la fattura degli interni, dalla pelle dei rivestimenti agli inserti rifiniti in eleganti trame fino ai comandi per aprire e chiudere le bocchette di aerazione al centro della plancia. Dal comando a sfioramento e la ghiera sottostante posti al termine del bracciolo centrale si comandano tutte le funzioni del veicolo, alcune delle quali possono essere impostate dai comandi a sfioramento al volante (vera “chicca” di serie). L’esemplare in prova è inoltre dotato di due grandi monitor affiancati da 21,3 e 17,8 cm che sostituiscono completamente la strumentazione analogica e che godono di una luminosità, velocità di risposta, nitidezza e risoluzione veramente notevoli.

Completa il tutto l’immancabile illuminazione ambientale su plancia e pannelli porta, che regala anche nella Classe E un’atmosfera sempre adeguata ad ogni occasione o stato d’animo.

Per quanto riguarda comfort ed abitabilità i passeggeri anteriori sono senz’altro i più fortunati, mentre nel divanetto posteriore si sta bene in due ma, in tutta onestà, mi sarei aspettato delle dimensioni più generose, coerentemente alla filosofia che è stata utilizzata per i posti anteriori ed anche in considerazione dell’aumento del passo dal modello precedente. Il bagagliaio, invece, non fa certo rimpiangere di non avere una station wagon vista la sua grande capienza e la buona accessibilità.

Una volta acceduto al posto di guida mi accorgo di quanto ben profilati siano i sedili, che permettono di restare comodi ma avendo sempre un grande sostegno laterale in percorrenza di curva. Il volante tagliato nella parte inferiore è un'altra caratteristica decisamente votata alla sportività, che assieme alla pedaliera in alluminio fa dimenticare di essere su una grande e prestigiosa berlina, dimostrando la sua abilità a declinare il concetto di sportività al meglio. Premo il tasto di accensione e i due grandi schermi in plancia mostrano la loro piacevole grafica. La vettura è equipaggiata con il 2 litri diesel con turbina a geometria variabile che eroga la potenza di 194 cavalli scaricandola tutta al retrotreno a mezzo dell’ottimo cambio automatico a 9 rapporti, che aiuta a sfruttare al meglio le potenzialità del propulsore a gasolio.

Innesto la marcia grazie al pratico e discreto comando al volante che è stato reintrodotto in una vettura di grande serie da Mercedes ormai 10 anni fa con le vecchie S ed ML, ma all’occorrenza vi sono anche i tasti dietro alle razze del volante per selezionare i rapporti manualmente.

La sonorità del motore è discreta ma percepibile mentre la spinta è decisa ed il range di utilizzo abbastanza ampio anche se la rapportatura del cambio così ravvicinata consente di sfruttare la parte migliore della curva di coppia.

La maggiore curiosità che avevo prima di guidare quest’auto era se avesse mantenuto quella sensazione che ogni classe E sino ad ora mi aveva dato, vale a dire quella capacità di (quasi) ogni Mercedes di farti sentire all’interno di un “pezzo unico”, come se l’intera automobile fosse stata scavata dal pieno. E’ un concetto che non riguarda solo la rigidità del telaio o il comportamento dinamico ma è una percezione di solidità che le Mercedes sono sempre state in grado di dare. La risposta che cercavo, dopo il test drive svolto esclusivamente a velocità da codice, è affermativa anche se è innegabile quanto sia cambiato il comportamento dinamico rispetto alle precedenti versioni. Anzitutto la differenza del feedback variando le modalità di guida disponibili è più avvertibile che in altre auto, e questo aiuta quando si vuol trarre qualcosa di specifico “dal cilindro” della Classe E, che si tratti di un miglior comportamento dinamico o di maggior comfort.

La risposta del motore è pronta e la sovralimentazione non è affetta da turbo lag. Ciò che sorprende è invece la sensazione, derivata da mille differenti caratteristiche e non solo dalle doti dinamiche, di guidare un’auto più piccola di quella nella quale si è realmente seduti. E’ un aspetto molto importante che dona una piacevole percezione di maggior confidenza e sicurezza alla guida della Classe E, un qualcosa che te la fa sentire “cucita addosso” come nessun’altro suo predecessore era riuscito a fare.

Oltre a questo le servo assistenze e gli ausili alla guida di cui tantissimo è stato scritto negli innumerevoli test che sono stati svolti sulla nuova “E” (e per questo motivo non mi soffermerò anch’io su questi aspetti visto anche che mal digerisco l’argomento) la fanno apparire davvero un’auto intelligente, capace di intus legere le intenzioni e le necessità del guidatore.

In conclusione i contenuti ci sono tutti e sono molti, molti più di quelli che ci si può attendere da un’auto “normale”; la forma è una delle migliori che una vettura di questo segmento sia mai riuscita ad avere e quindi poco importa se la sua capacità di adattarsi e capire il guidatore faccia venire un po’ meno la tipica “rigidità” di cui la vecchia “E” faceva la propria filosofia, sfoggiando un carattere talmente deciso che il più delle volte la faceva scegliere per la sua fama e la grande affidabilità piuttosto che per la sua avvenenza o "simpatia".

La nuova Classe E è un’auto senz’altro fantastica, e senza dubbio “contemporanea”. In un mondo in cui i ruoli, anche nelle famiglie tradizionali, sono sempre meno definiti, che male c’è a non essere più il porta bandiera della casa della Stella a Tre Punte? Oggi i solisti non esistono più, si lavora solo in team, e con quasi 30 modelli la “E” può contare su una squadra più che efficace. Poco importa se non sarà quindi la prima donna, quel concetto è sorpassato e lei ha saputo, giustamente, adeguarsi alle necessità dei tempi moderni.

Antonio Polizzi - CART

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